La Volvo 240 GLE D6 del 1983 di Giuseppe Iorio di Avellino
C’è stato un tempo, oggi quasi dimenticato, in cui un’auto non si giudicava per l’autonomia di una ricarica né per il tempo necessario a raggiungere il 100%, ma per sensazioni ben diverse.
C’era un tempo dove l’auto profumava di velluto o di pelle, ma anche di olio e di grasso, dove aprivi il cofano ti stupivi per un collettore cromato, la grandezza del motore o la quantità dei componenti.
Le case automobilistiche non preferivano le linee semplici, anonime e da copia e incolla di oggi, ma cercavano di imprimere personalità all’auto e al marchio, distinguendosi dalla massa. La scelta degli optional era un lusso, un qualcosa che aumentava la forbice tra chi aveva l’auto di “base” e chi la “full optional”. Le case automobilistiche, così come i possessori del mezzo, andavano fieri di tutte quelle piccole targhette:GT (Gran Turismo), L (lusso), LX o SX (superlusso) oppure, come nel caso della Volvo in oggetto, GLE (Grand Luxe Executive).
Non solo, anche il motore, oggi messo al rogo come oggetto meccanico inutilmente complesso, era motivo di vanto. Si indicavano orgogliosamente le tecnologie: Fire “FullyIntegratedRobotized Engine”, Td (Turbo diesel) id (iniezione elettronica) ie (iniezione elettrica) o anche l’indicazione del numero di valvole e numero cilindri.
Questo perché erano tempi dove l’auto era un cult, dove quelle centinaia di componenti che funzionano all’unisono per garantire la marcia (al contrario dei 10 – 15 componenti di oggi) appassionavano grandi e piccini. Ogni rivoluzione, ogni tecnologia migliorativa era oggetto di interesse, di studio, di confronto, di invidia. Andare in concessionario era un posto per esaminare, sognare e desiderare, così come lo era sfogliare le decine di riviste automobilistiche, brochure e materiale informativo. Oggi esiste ancora tutto questo, ma è tutto appannato, meno importante, tutto più rapido e pratico come la maggior parte delle cose che ci circondano.
Questo cappello introduttivo serve a comprendere il contesto dove si colloca l’auto di questo articolo. Siamo negli anni 80 già verso i 90, l’auto media dell’italiano era la 126, la Panda 30, la Fiat Uno, la Tipo, la Polo, la Y10, l’Alfa 33, la Renault 5, la Golf o la Peugeot 205. Pochi potevano alzare l’asticella verso qualcosa di livello appena superiore come la Croma, la Thema, la 164, o una sportiva di lusso. Poi dopo un bel gap, si andava sulle tedesche (Mercedes e Bmw in primis) che crearono un abisso con le concorrenti mondiali in termini di qualità dei materiali, ingegneria, affidabilità diventando imbarazzatamente superiori. Poi c’era Volvo, un’auto di un Paese estremamente lontano (Svezia) che aveva prodotto auto per pochi, con stili a volte americaneggianti, conosciuta a tutti però per la sua estrema solidità, qualità e occhio alla sicurezza. Non dimentichiamo che hanno inventato la cintura di sicurezza, gli airbag laterali, la struttura a zone deformabili e molto altro. Girava voce che fossero assemblate tutte a mano e che con il metallo che usavano per farci uno sportello la Fiat ne faceva 3. Auto pronte ai glaciali inverni svedesi, indistruttibili.
La 240 dell’articolo è la II serie dell’auto più iconica che abbiano mai prodotto. Con una probabile inconsapevolezza crearono quella che per decenni è stata definita “la station wagon”.
Di solito quando si pensa a un’auto prodotta sia berlina che sw si pensa che la sw è una opzione per far contenti “anche gli altri”. Nel caso della Volvo 240 la sw è ben presto diventata il punto di riferimento, mentre la berlina “l’altra”.
Una linea originale, una griglia frontale imponente e verticale come una Rolls Royce, telaio a 2 longheroni di probabile derivazione ferroviaria, vano bagagli e cofano enormi, portapacchi, trazione posteriore, barre di ferro pieno anti-impatto negli sportelli. Quest’auto anche se veniva vista in pratica come un carro armato o come un carro funebre (ahimè era stata la più scelta del settore) alla fine piaceva e continua a piacere un po’ a tutti. Non si contano i film e le serie tv anche recentissime dove appare. Perché se c’è da rappresentare un’auto da famiglia, da viaggio o da lavoro è lei la più scelta.
Ricordo quando ero piccolo e mio zio possedeva un modello quasi identico a questo dell’articolo (240 GLE D6). Dal primo momento che la vidi mi sembrò incredibilmente imponente, una specie di mini autobus. Avevo 4-5 anni e per chiudere lo sportello mi ci volevano 2 mani. Il suono che quella chiusura produceva era secco e deciso, come una cassaforte. Amavo picchiettare con le nocche la carrozzeria, per sentire quel suono tonfo della spessissima lamiera. E quel motore? D6, che sta a significare Diesel 6 cilindri. 6 cilindri! Un suono forte, imponente come quello di un trattore ma anche incredibilmente equilibrato, regolare, armonioso come non può mai essere un 4 cilindri.
Quando ci entravo dentro poi, venivo travolto dal profumo della pelle, mi sedevo e sembrava una poltrona tipica dei salotti importanti. Mi perdevo poi ad ammirare tutti quegli strumenti, bottoni e bottoncini della plancia, quando un’auto comune aveva al massimo il tachimetro e contachilometri. E vogliamo parlare dei 2 sedili al contrario nel portabagagli? Per bambini come me era qualcosa di impensabile ed estremamente divertente. Ho passato ore,durante i lunghi viaggi, a guardare tutte le auto che seguivano da una prospettiva mai vista che mi permetteva anche di scherzare con i conducenti con saluti e linguacce. A volte, in barba alla sicurezza, io e mio cugino, slacciavamo la cintura e giocavamo nel portabagagli, era come un piccolo salotto. Mio zio sapeva che semplicemente adoravo quell’auto, faceva finta fosse un jet, ci urlava: “pronti al decollo”, premeva un tasto a caso sulla plancia e accelerava come un matto. La lenta progressione e il fragoroso suono del motore diesel aspirato 6 cilindri tirato in terza, mi dava la reale sensazione che stessimo per decollare.
Tutto questo con il tempo è rimasto nella mia immaginazione ed è il motivo per cui ho cercato un modello identico nel 2017. Un diesel aspirato euro 0 da 80cv nel 2017? Una pazzia. Anche perché subito scoprii, distruggendo in parte il mito, che il motore non era Volvo. La casa svedese non aveva affinità con questo tipo di carburante e non aveva mai prodotto un motore diesel. La soluzione, per venire incontro a mercati dove invece il gasolio era diffuso, fu di affidarsi ad un robusto motore Volkswagen. Qualcuno nel tempo mi ha fatto notare che il vero appassionato della 240, considera solo la benzina, quindi un’auto 100% svedese. Ma la mia passione non è collegata solo al prodotto scandinavo, ma da quello che ha rappresentato nella mia infanzia e nella mia Nazione. Questa tipologia di auto era in maggioranza diesel in Italia perché si usava per macinare centinaia di migliaia di chilometri. Era l’auto dei commercianti, dei rappresentanti, delle aziende. Ildiesel costava molto meno e anche considerando il superbollo, la convenienza restava. Non averla diesel non avrebbe risvegliato in me la stessa passione, gli stessi ricordi di quando le vedevo schizzare stracolme in autostrada avvolte da una nuvola nera. Sì, perché andava lenta e la prima regola era aumentare la pompa del gasolio liberando così le prime temute scie chimiche.
La passione e la completa impreparazione su cosa significasse sistemare un’auto d’epoca, mi ha portato a prendere un modello del tutto semidistrutto. Ricordo che quando mi misi alla ricerca la versione D6 era ormai rara e quei pochi modelli in vendita erano assolutamente usurati. Quella che trovai, in Puglia, era ferma da tempo, il conta km(chissà da quanto tempo rotto) era fermo a 698.000 km. Nel vederla, anche se era messa davvero male, si riaccese in me lo stupore di quando ero bambino e prevalse la voglia di comprarla. Pensai che sarebbe stato divertente restaurarla e in effetti così è stato anche se non mi immaginavo l’impresa titanica che poi si è rilevata.
Portata a casa, ho iniziato a smontare tutto, la mia idea iniziale era un economico restauro fai da te. Ero mosso da una passione irrefrenabile, ogni giorno dopo il lavoro passavo ore in garage a smontare, documentarmi, rimontare. Sono stati poi in realtà necessari un’auto donatrice, l’ausilio di meccanici e carrozzieri, ore e ore di studio, test, ricerca di componenti .È stata una esperienza a volte demoralizzante, costosa, ma nel complesso fantastica perché mi ha fatto sentire l’auto ancor più mia. Inoltre, la parte interessante era capire come funzionassero dei componenti, in che modo all’epoca si cercassero soluzioni estremamente ingegnose con l’utilizzo nel contempo, di qualcosa di comprensibile senza dover essere necessariamente un ingegnere elettronico: un ingranaggio, un semplice relè, una pompa a vuoto, una pallina di mercurio. Si una pallina di mercurio, come quelle dei termometri di una volta che sulla 240 è stata utilizzata per accendere una lampadina nel vano motore sfruttando la conducibilità e la viscosità del componente chimico che, scivolando grazie all’inclinazione del cofano,permetteva il contatto nel portalampada. Ditemi voi se non è più affascinante di una centralina elettrica incomprensibile che oggi ha lo stesso scopo tra le sue miriadi di funzioni. Alla fine, il risultato è stato più che apprezzabile e assolutamente non fine a sé stesso: nonostante si sia poi scoperto che il male del mondo solo le auto euro 0 e soprattutto i diesel, sono riuscito a farci fin ora più di 30.000 km e non come uso principale. Non sono in Italia:i nostri lunghi viaggi di famiglia hanno interessato, Germania, Francia, Spagna, Austria.
Certo, viaggiare oggi in un’auto del genere è difficile anche per un appassionato come me. Quando parti, pieno della frenesia della vita moderna, dove scappi di qui e di là, viaggiare a 80-100 km/h con una progressione di un trattore, in mezzo al traffico moderno, ZTL, sorpassi improponibili, richiedono almeno 2 giorni di adattamento. Poi, quando finalmente entri nel mood anni 80, cominci a goderti le cose: l’ora di arrivo non è più rilevante, l’importante è godersi il panorama lentamente, fermarti a magiare un panino sull’enorme cofano,ipnotizzarti con il suono del motore che ti culla,apprezzare la scarsa qualità dell’audio cassetta o ancora piazzare l’auto, scendere e fargli una foto, perché si, ti viene voglia di fotografarla continuamente. Senza contare la gran soddisfazione di chi ti indica con un dito, qualcun altro che arriva a complimentarsi e chiedere informazionifino a chi resta addirittura a bocca aperta esclamando: “uaooo Volvo!” come mi è successo recentemente in Spagna. Ad onore del vero va citato anche chi, nella sua bieca convinzione che sei un mostro, ti suona all’impazzata perché non lo fai passare o lo stai affumicando.
L’ultimo viaggio, 6000 km in Spagna dal freddo nord al deserto dell’Andalusia è stato fantastico ma anche molto difficile, non si può più entrare nei centri città, non puoi parcheggiare, non puoi circolare, sei il male della nostra evoluta società.
C’è sicuramente del giusto nelle iniziative green, ma anche tanta esagerazione e scarsa consapevolezza: si sta togliendo a me, così come a milioni di appassionati, un qualcosa dei tempi andati che farebbe bene ancor oggi: tempi lenti, passione per un oggetto meccanico, curiosità, conoscenza, “saper guidare” usando tutti i sensi, tutti e due i piedi e tutte due le mani. Mi sento un po’ come se stessero strappando quello che una volta in pratica era un ulteriore componente della famiglia: l’auto.
Vorrei dedicare l’articolo a Franco D’Amato, che tra gli altri, ha reso possibile il mio sogno con pazienza, passione, dedizione e amicizia. Ogni volta che uso la Volvo so che ti porto con me, ciao Frank.
Giuseppe Iorio
Socio
Green Racing Club





















